Mentre le telecamere seguono le colonne di fumo sopra Tehran ed altre città e siti strategici dell’Iran colpiti dai bombardamenti di Stati Uniti e Israele, raccontando di vite e territori devastati, una catastrofe silenziosa accompagna questa distruzione: secondo il Conflict and Environment Observatory (CEOBS), organizzazione britannica che monitora le conseguenze ecologiche delle guerre, nelle prime settimane di conflitto sono stati almeno 232 i casi in cui esplosioni ed altre azioni belliche hanno danneggiato l’ambiente.

Gli attacchi a impianti industriali, depositi di carburante e raffinerie scatenano incendi che rilasciano nell'aria cocktail tossici di particolato, diossine, furani, idrocarburi policiclici aromatici e ossidi di azoto, mentre la contaminazione del suolo e delle falde acquifere può persistere per decenni. I residuati bellici — mine, munizioni inesplose, rottami militari — avvelenano poi i terreni agricoli e le acque.

Si è osservato come anche la deforestazione acceleri quasi invariabilmente durante i conflitti: le comunità private di fonti di energia ricorrono alla legna e al carbone per scaldarsi e cucinare, mentre le organizzazioni criminali approfittano del collasso dei sistemi di controllo per abbattere alberi e commerciare illegalmente queste materie prime indisturbate. Anche gli spostamenti di massa di rifugiati esercitano pressioni insostenibili sulle risorse naturali delle aree di accoglienza.

Ma il ciclo del danno ambientale militare si estende ben prima e ben oltre le ostilità, e questo perché gli apparati militari mondiali consumano risorse enormi anche in tempo di pace. Il CEOBS stima che le forze armate globali siano responsabili del 5,5% di tutte le emissioni di gas serra; i veicoli, gli aerei, le navi, le basi e le infrastrutture militari richiedono quantità massicce di energia, a fronte di efficienza bassissima. Le terre occupate a scopo militare per test o addestramenti coprono poi tra l'1 e il 6% della superficie terrestre globale: aree che spesso risultano inquinate da residui chimici di armi ed esplosivi.

Il 28 febbraio 2026, l’operazione militare congiunta statunitense e israeliana — denominata "Operation Epic Fury" — ha dato inizio a una guerra su vasta scala contro l'Iran. Quello che ne è seguito è già considerato uno degli eventi ambientali più devastanti nella regione mediorientale degli ultimi decenni. Gli attacchi ai depositi di carburante nell'area di Tehran — tra cui quattro impianti di stoccaggio e un centro di produzione petrolifera — hanno avvolto una delle metropoli più popolose del Medio Oriente in colonne di fumo nero per giorni. Allo stesso tempo, nel Golfo Persico decine di navi militari iraniane affondate o danneggiate hanno creato rischi di inquinamento marino in un ecosistema già fragile.

A complicare il quadro, la guerra ha colpito l'Iran in un momento di grave vulnerabilità idrica: anni di siccità e cattiva gestione delle risorse idriche avevano già compromesso fiumi e falde acquifere. La contaminazione da conflitto si è quindi sovrapposta a una crisi ambientale preesistente, moltiplicandone gli effetti. Il Dipartimento iraniano dell'Ambiente (DOE) ha identificato le province maggiormente colpite dalle conseguenze ecologiche: Fars e Khuzestan nel sud-ovest; Ilam, Kermanshah e Lorestan a ovest; Isfahan e Hamedan al centro; Kohgiluyeh-Boyerahmad nel sud-ovest; e Gilan, lungo la costa del Caspio. Proprio quest'ultima provincia ospita parte delle foreste ircane — patrimonio dell'umanità UNESCO — rendendo la situazione particolarmente drammatica.

Secondo la Direttrice del DOE Shina Ansari, nei soli primi 12 giorni di guerra tra i 9.000 e i 10.000 ettari di foreste e pascoli protetti sono andati in fumo, incendiati dagli scoppi di razzi e missili; sono state inoltre distrutte una stazione di guardie forestali e diverse strutture di ricerca e tutela ambientale. Numeri che pur modesti rispetto alla vastità del territorio iraniano, che comprende quasi 14 milioni di ettari di foreste (il 7.5% dell’intero territorio), nascondono un impatto profondo su habitat critici, e su funzioni essenziali come sequestro del carbonio e regolazione idrica: “gli effetti a lungo termine sono spesso invisibili e non subito quantificabili, il che rende le stime economiche complesse e dispendiose in termini di tempo” ha detto un funzionario del Dipartimento.