Le foreste in Italia coprono oggi quasi 12 milioni di ettari, pari a circa il 36% del territorio nazionale: la crescita costante dal secondo dopoguerra ad oggi ha di pari passo portato maggiore consapevolezza sul loro valore ecosistemico, economico e sociale. Sono il terreno dove molto spesso si confrontano i dibattiti sul futuro e sulla sostenibilità del nostro Paese, posto che da esse dipendono fattori cruciali come la conservazione della biodiversità, del suolo e delle fonti idriche e l’assorbimento della CO2.

In quest’ottica, il confronto sulla presenza femminile e sull'intersezionalità — ovvero sull'interazione tra genere, classe sociale, provenienza geografica, età e altri assi di identità — nel settore forestale diventa non solo opportuno ma necessario per cogliere la complessità delle relazioni, e delle possibili soluzioni in un futuro di policrisi (ambientale, sociale ed economica). I dati più recenti dell'EIGE (European Institute for Gender Equality) offrono un'istantanea nitida, seppur parziale, della realtà. Nell'Unione Europea a 27, le donne impiegate nei comparti riconducibili alla filiera forestale — selvicoltura e operazioni forestali, lavorazione del legno, produzione di carta e produzione di mobili — ammontano a circa 698.200 unità, corrispondenti al 26,2% del totale degli occupati in questi settori.

I segmenti del comparto forestale con il più alto tasso di presenza femminile sono quelli della lavorazione della carta e della produzione di mobili, dove le donne si avvicinano o superano il 30% della forza lavoro. Si tratta di comparti più industrializzati, con condizioni di lavoro che si avvicinano a quelle manifatturiere generali, dove il modello produttivo ha storicamente aperto più spazio alle lavoratrici. È proprio nella selvicoltura e nelle operazioni forestali stricto sensu che invece la presenza femminile tocca i livelli più bassi con percentuali che, in molti Paesi, oscillano tra il 5 e il 15% e caratterizzano così uno dei settori lavorativi con la più marcata segregazione di genere nell'intero panorama economico europeo.

Questa situazione non è casuale: riflette sicuramente la persistenza di stereotipi culturali molto radicati che associano il lavoro forestale in campo ad un'immagine archetipica di mascolinità, mentre relegano le donne nelle mansioni di supporto, amministrazione, ricerca o comunicazione. “Le professioniste spesso subiscono una segregazione tacita, confinate in ruoli ritenuti più ‘adatti’ al genere” dice Angela Moriggi, scienziata sociale e ricercatrice presso il Dipartimento Territorio e Sistemi Agro-Forestali (TESAF) dell'Università di Padova “Ciò crea barriere invisibili nell'accesso a posizioni decisionali o a ruoli tecnici sul campo. In un settore dove linguaggio, strumenti e tempi sono stati progettati da uomini per uomini, la sfida della legittimazione resta ardua. Essere donna nel settore forestale significa ancora oggi, troppo spesso, dover negoziare la propria autorevolezza in un ambiente non pensato per accoglierne le istanze”.

Uno sguardo all’Italia

In Italia, le donne occupate nei comparti della filiera forestale sono circa 77.600, pari al 21% del totale degli occupati in questi settori. Si tratta di una percentuale inferiore alla media europea: questo fa riflettere, considerando che l'Italia è tra i Paesi con maggior superficie forestale del Vecchio Continente e con una filiera del legno-arredo tra le più sviluppate e apprezzate al mondo.

La percentuale di donne occupate in Italia sul totale delle donne lavoratrici in Europa è peraltro sistematicamente inferiore rispetto all'incidenza complessiva di occupati — uomini e donne — in ciascuno dei settori considerati. Ciò significa che, anche nei comparti dove le donne hanno trovato più spazio a livello europeo l'Italia appare comunque sotto la soglia rispetto al suo potenziale. A livello contrattuale poi, i dati ISTAT continuano a individuare un differenziale retributivo di genere (gender paygap) che va da 5,2% nel comparto pubblico a 15,9% in quello privato.

Se comparati agli anni precedenti, i trend più recenti mostrano che qualcosa si è mosso. Il cambiamento però, laddove si registra, è ancora molto lento e avviene come detto soprattutto negli uffici delle associazioni di categoria, nelle aule universitarie, nei tavoli istituzionali. Questo perché la distribuzione geografica delle foreste italiane concentra il lavoro forestale nelle aree interne e montane, spesso caratterizzate da servizi limitati, scarsa mobilità, presenza ridotta di strutture di cura per bambini e anziani. Sul piano operativo, le ridotte dimensioni delle ditte operanti nel territorio (molto spesso microimprese a conduzione familiare) e la loro minore capacità di investimento in personale e macchinari aggiungono un ulteriore collo di bottiglia. Accenni a donne e a gruppi vulnerabili mancano peraltro in documenti programmatici come la Strategia Nazionale Forestale o la Nature Restoration Law europea, che forniscono gli obiettivi e gli indicatori di successo per i prossimi decenni.

Eppure, continua Moriggi "l’evidenza empirica dimostra che — per ragioni culturali e storico-evolutive — le donne tendono a percepire la foresta non solo come una risorsa produttiva, ma come uno spazio multifunzionale e inclusivo in cui si generano cultura, benessere e relazioni. Più in generale, si osserva una propensione di genere ad adottare prospettive sistemiche e olistiche, ed oggi è imprescindibile legittimare queste prospettive e assegnarvi il giusto valore”.

Studi condotti in diversi Paesi europei su processi partecipativi di pianificazione forestale mostrano ad esempio che quando le donne sono presenti nei tavoli decisionali, le priorità che emergono tendono ad essere diverse: più attenzione alla biodiversità e agli habitat, maggiore considerazione delle funzioni ricreative e terapeutiche del bosco, più sensibilità verso le esigenze delle comunità locali e verso gli orizzonti temporali lunghi che la gestione forestale sostenibile richiede.

 

Donne occupate nei comparti della filiera forestale

Un cambio di prospettiva

I segnali che qualcosa nella cultura del settore forestale sta cominciando a muoversi arrivano dal basso, e dall'interno. Tre esperienze recenti, diverse per natura e scala, aiutano a leggere questo cambiamento.

Il MOOC ForGeDi — Forest Governance and Diversity — sviluppato nell'ambito di una task force coordinata dallo International Union of Forest Research Organizations (IUFRO) e che vede tra i suoi partner il Forest Stewardship Council®, l’International Forestry Students’ Association (IFSA), la Swedish University of Agricultural Sciences, l’Università degli Studi di Padova e altre realtà internazionali, ha già formato 2.362 partecipanti da tutto il mondo. Laura Secco, docente di politiche e governance del settore forestale presso il Dipartimento Territorio e Sistemi Agro-Forestali (TESAF) dell'Università di Padova è tra le figure chiave di questo progetto, e descrive ForGeDi come uno strumento pensato per "aumentare la consapevolezza e la conoscenza sugli aspetti di dettaglio per poter realizzare progetti, politiche e strumenti che incentivino il riconoscimento del genere" nella gestione forestale. Consapevolezza che non è però intesa come fine, ma come premessa — il punto di partenza per arrivare a qualcosa di concreto e misurabile. "Non stiamo parlando di un corso di sensibilizzazione generica, ma di uno spazio in cui professionisti, ricercatori e decisori possono acquisire e implementare competenze operative” conclude Secco.

La Rete Donne Foreste, nata in Italia nel Novembre 2024, è invece un network di professioniste che lavora su un piano diverso ma complementare: il cambiamento dell'approccio mentale e la forza del networking. Lavorare in contesti fortemente connotati dal punto di vista del genere, con pochi modelli di riferimento femminili visibili, può produrre una forma di isolamento professionale che non è solo disagio personale: è un fattore strutturale che contribuisce all'abbandono del settore e alla sottorappresentazione nei ruoli di leadership. La Rete e il suo Manifesto hanno già raccolto l’adesione di oltre 540 appartenenti al mondo accademico, associazionistico e di categoria. Lo slogan che accompagna il Manifesto — "Liberiamo l'energia delle donne per superare la diffidenza di genere" — è significativo nella scelta della parola ‘diffidenza’. È una scelta lessicale precisa, che nomina qualcosa di più sottile e pervasivo di una barriera formale, qualcosa che molte professioniste del settore riconoscono immediatamente nella propria esperienza quotidiana.

Da ultimo l'Associazione Universitaria di Scienze Forestali di Padova - AUSF Padova - che festeggia quest'anno trent'anni di attività, e lo fa con un direttivo in cui la componente femminile è molto forte. Non è il risultato di una quota, né di una politica esplicita di parità: è il riflesso di una trasformazione generazionale che ha attraversato i corsi di laurea forestali negli ultimi due decenni, e che in certi contesti ha già prodotto dei cambiamenti. “Non avvertiamo stereotipi particolarmente marcati in ambiente universitario. Certo, se guardiamo al bacino di professori e ospiti chiamati per incontri in classe o nelle varie uscite didattiche, la maggior parte sono uomini” dicono Alice Rossetto, Anastasia Sartoretto e Dafne Cal. Tra le iniziative culturali dell'associazione sono in programma incontri con scrittrici e professioniste che raccontano il bosco: un segnale che la nuova generazione di forestali non cerca solo competenze tecniche, ma anche linguaggi e narrazioni capaci di restituire la complessità: “parlare di disparità e dedicare tempo alla sua analisi è un primo step verso una maggiore inclusività”.

Queste esperienze indicano che la sottorappresentazione femminile in campo forestale non è una lacuna da colmare con misure correttive, ma un sintomo di un modo di pensare il bosco che va rivisto dalle fondamenta. Se si smette di trattare i dati sull'occupazione femminile come una metrica e li si legge invece come una mappa delle conoscenze e delle competenze che rischiano di essere perse, risulta evidente che il problema non riguarda solo le lavoratrici, ma la capacità del settore intero di leggere il presente e il futuro e di intercettare domande sociali emergenti.

Lo stesso vale per la formazione, per la cultura organizzativa, per le condizioni di lavoro nei cantieri forestali: non si tratta di adeguare il settore alle donne, ma di riconoscere i limiti attuali che lo rendono più fragile, meno adattabile, meno capace di rispondere a un mondo che cambia. Un settore che non riesce a trattenere le laureate che ha formato, che non vede il lavoro di cura del territorio che le donne hanno storicamente svolto, che misura il valore del bosco con strumenti calibrati su una sola parte della sua realtà, è un settore che si priva volontariamente di risorse.