NEWS

Notizie dal mondo FSC

Monday, 22 November 2021
Le foreste possono proteggerci da future pandemie?

(© Frank Cone / Pexels)© Frank Cone / Pexels

La pandemia di Covid-19 ha messo in luce il legame tra la salute della natura e quella dell'uomo. Alcune ricerche mostrano che la protezione delle foreste, delle persone che vivono al loro interno e della biodiversità è fondamentale per prevenire l’insorgenza di future malattie.


Sebbene lo scoppio della pandemia di Covid-19 abbia in gran parte colto di sorpresa cittadini e governi di tutto il mondo, molti scienziati avevano previsto un evento del genere da molto tempo. Gli studi che collegano la salute degli esseri umani e delle foreste risalgono a più di 40 anni fa e da sempre hanno puntato il dito contro i danni causati dall'uomo alle foreste.

Nel 2001, uno studio del Centre for Tropical Veterinary Medicine dell'Università di Edimburgo ha evidenziato come il 75% di tutte le malattie infettive emerse negli ultimi 50 anni provenga dalla fauna selvatica. Questo tipo di infezioni è noto col nome di zoonosi e include l'HIV, l'influenza aviaria H5N1, l'hantavirus e, più recentemente, il Covid-19.

Ricerche successive hanno collegato nuove malattie infettive alla deforestazione. Pur concentrandosi su diverse malattie e diverse regioni del mondo, questi studi hanno concluso che quando le foreste vengono distrutte, gli animali vettori di malattie come ratti e pipistrelli vengono costretti in aree sempre più piccole - ciò aumenta la probabilità di contatto con gli esseri umani e quindi che le malattie compiano un salto di specie, dall’animale all’uomo. Un esempio ben noto è l'epidemia di virus Ebola sorta tra il 2014 e il 2016, che si stima abbia ucciso oltre 13.000 persone dalla sua scoperta in Africa nel 1976 - si è poi scoperto che la malattia è stata diffusa all'uomo dai pipistrelli della frutta. Una ricerca pubblicata su Nature nel 2017 ha trovato un collegamento significativo tra le epidemie di Ebola lungo il confine delle foreste pluviali e il degrado di queste aree nei due anni precedenti. Prevenire la perdita di foreste potrebbe ridurrebbe quindi la probabilità di futuri focolai, conclude lo studio.

Un collegamento alla deforestazione

Mentre quasi tutti i Paesi del mondo finivano in lockdown a Marzo 2020, il Direttore Esecutivo del Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente, Inger Andersen, ha avvertito che la natura stava inviando agli umani un messaggio: "La nostra continua erosione degli spazi naturali ci ha portato vicino agli animali e alle piante che ospiterebbero malattie, che possono colpire gli umani”.

All'inizio di quest'anno, i ricercatori francesi Serge Morand e Claire Lajaunie hanno fatto un altro tentativo di indagare su scala globale se la perdita o l'aumento della copertura forestale possano promuovere focolai di malattie zoonotiche, esaminando le tendenze globali tra i cambiamenti nella copertura forestale negli ultimi decenni e l’insorgere delle epidemie. La loro ricerca ha confermato che l'aumento dei focolai di malattie zoonotiche dal 1990 al 2016 è collegato alla deforestazione, soprattutto nei Paesi tropicali.

Tuttavia, ci sono ancora molte domande senza risposta. Julia Fa, professore di Biodiversità e sviluppo umano presso la Manchester Metropolitan University, coautrice di uno studio su deforestazione ed Ebola, ha affermato che sebbene sia stato scoperto un forte legame tra questi due fattori, rimangono ancora del tutto sconosciute le modalità che contribuiscono all’esplosione delle epidemie. “Questa è la tipica domanda da un milione di dollari. Mettiamola così: c'è un equilibrio tra patogeni e animali e se improvvisamente interrompi questo equilibrio i virus si moltiplicano e diventano molto più attivi. Se poi nell’area sono presenti persone o comunità, è molto probabile che ci sarà la trasmissione dagli animali alle persone”. L’aumento di attività dei virus in queste situazioni è stato definito “viral chatter" dal ricercatore statunitense Nathan Wolfe.

"Il pezzo chiave mancante del puzzle sono ora i collegamenti tra agenti patogeni, animali ed esseri umani, e i meccanismi che promuovono le successive ondate di virus", ha aggiunto Fa. “Se riuscissimo a definire con certezza questi elementi, saremmo in grado di prevedere future epidemie”. Fa e il suo team stanno lavorando per raccogliere tutte le informazioni esistenti e sviluppare una mappa delle aree che potrebbero essere soggette a malattie.

"Sono necessarie ulteriori ricerche per scoprire quali virus sono presenti nelle aree che hanno subito la deforestazione dieci, cinque o due anni fa e per capire cosa sta succedendo a virus e agenti patogeni nel tempo", ha affermato.

Se la riforestazione deve favorire la biodiversità

Sono stati trovati anche collegamenti tra le attività di conversione delle aree forestali e l’insorgenza di malattie, dal momento che anche piantare alberi può causare disturbi in una foresta e avvicinare gli animali agli esseri umani.

La ricerca di Morand ha per esempio scoperto che questo è principalmente il caso dei Paesi temperati, dove il contatto tra animali e persone è solitamente causato dalla creazione di piantagioni o dalla conversione di aree precedentemente occupate da savana o prateria. “I programmi di riforestazione come il programma REDD+ delle Nazioni Unite – che incoraggia i Paesi in via di sviluppo a ridurre la perdita e il degrado delle foreste e ad espandere le foreste esistenti – devono favorire la biodiversità e la salute umana, e non concentrarsi solo sui cambiamenti climatici”, ha affermato Morand.

Per proteggere efficacemente le foreste e prevenire la diffusione delle malattie, gli esperti concordano sul fatto che le popolazioni indigene debbano essere coinvolte attivamente: le comunità indigene vivono infatti da sempre preservando l'equilibrio nei loro ecosistemi e conservando la biodiversità.

Una ricerca pubblicata nel 2017 ha calcolato per la prima volta l'estensione globale delle terre dove vivono le comunità indigene: si tratta di almeno 38 milioni di km2 in 87 Paesi, ossia oltre un quarto della superficie terrestre e circa il 40% di tutte le aree protette terrestri e dei paesaggi ecologicamente intatti come foreste primarie boreali e tropicali, savane e paludi. Lo studio ha concluso che la collaborazione tra ONG, popolazioni indigene e governi è estremamente vantaggiosa per la protezione degli ecosistemi; ciò è confermato anche da altri rapporti, tra cui uno prodotto dalla Piattaforma intergovernativa di politica scientifica sulla biodiversità e i servizi ecosistemici (IPBES).

Le popolazioni indigene sono anche la chiave delle iniziative che utilizzano l'approccio One Health, approvato dall'Organizzazione mondiale della sanità (OMS), e che prevede la progettazione di programmi e politiche a livello locale, nazionale e globale per ottenere la migliore salute per il Pianeta nel suo insieme - persone, animali e ambiente. Anche la Convenzione delle Nazioni Unite sulla diversità biologica - l'organismo che gestisce il trattato globale sulla protezione della fauna selvatica e delle piante - raccomanda che le politiche per proteggere gli habitat come le foreste considerino l'uso delle risorse naturali da parte delle comunità indigene e locali, e che l'uomo e la salute siano elementi da tenere presenti quando si effettua il ripristino di un'ecosistema.


Seguici su


Iscriviti alla newsletter

Ogni mese le migliori storie dalle foreste in Italia e nel mondo!


© Forest Stewardship Council® · FSC® F000217