NEWS

Notizie dal mondo FSC

Tuesday, 27 July 2021
Torniamo a parlare di incendi boschivi

(© Pixabay)© Pixabay

Nel 2020 sono aumentati del 13% rispetto all’anno precedente, che aveva già registrato un numero record di casi e, anche se classificati come disastri naturali, solo il 10-15% di essi si verifica spontaneamente. Il vero problema però è la sempre più evidente connessione tra questi fenomeni e gli effetti del cambiamento climatico.


Contrariamente alla percezione comune, il fuoco svolge un ruolo importante nei cicli naturali, mantenendo la biodiversità, eliminando la vecchia vegetazione, restituendo sostanze nutritive al suolo e consentendo al sole di penetrare la vegetazione e favorire la rigenerazione; agisce inoltre da disinfestante naturale, rimuovendo piante colpite da malattie e insetti dannosi per l’ecosistema. Quello però a cui si è assistito negli ultimi anni ha poco o niente a che fare con queste funzioni.

Tutti ricordiamo infatti i fuochi che nel 2020 hanno devastato ampie parti dell’Australia e della Siberia, e quel senso di impotenza di fronte ad eventi estesi, difficilmente controllabili e acuiti da fattori meteorologici sempre più estremi. Ogni anno sono mediamente 340 milioni gli ettari nel mondo interessati da questi fenomeni (in Italia sono 480 mila), anche se solo una piccola parte è riferibile ad aree forestali: le foreste rappresentano infatti solo il 10% delle zone colpite da fuochi, che si concentrano per lo più nelle savane tropicali (85%). La maggiore capacità di stoccaggio del carbonio delle foreste le rende però una delle maggiori fonti di anidride carbonica a livello mondiale se colpite da fuoco o degrado.

Ma come scoppia un incendio, e soprattuto quali sono gli elementi che rendono questi eventi sempre più pericolosi? Gli incendi boschivi possono nascere da fenomeni naturali – di solito fulmini – oppure, come spesso accade, da azioni umane. Per attivarsi e propagarsi, i fuochi hanno bisogno della compresenza di almeno tre elementi (il cosiddetto “triangolo del fuoco”): il combustibile, ossia qualsiasi materiale infiammabile come legno, erba secca o cespugli; l’aria, che fornisce ossigeno alla fiamma e che, in molti casi, aiuta a trasportare le scintille anche per diversi chilometri, aumentando la portata distruttiva del fenomeno; la fonte di calore, come fulmini, fuochi incustoditi, mozziconi di sigaretta non spenti o atti dolosi.

Anche se l'area mondiale interessata dalle fiamme ogni anno è generalmente in calo, grazie soprattutto ad attività di prevenzione come la disposizione di strade taglia fuoco, l’azione di fuochi controllati, la pulizia e l’asporto del materiale secco e la formazione di squadre d’intervento, è interessante notare come dal 1979 al 2013 la durata della stagione globale degli incendi sia aumentata in media del 19% (Fonte: WWF, Fires, forests and the future, 2020). Ciò, dicono gli esperti, è da attribuire all’influsso negativo della crisi climatica su almeno tre fattori: aree interessate, frequenza e intensità.

Le analisi degli effetti del cambiamento climatico sugli ecosistemi suggeriscono infatti un possibile aumento dell’estensione delle zone colpite da fuochi, con livelli di peggioramento che ci riporterebbero indietro agli anni 50 del secolo scorso. Non solo: si assiste ad una sempre maggiore imprevedibilità delle stagioni degli incendi, che arrivano prima e durano più a lungo, lasciando sempre meno spazio alla vegetazione per riprendersi e tempo alle comunità per gestire l’emergenza. La bushfire season australiana, ad esempio, dura solitamente 5 mesi, mentre gli incendi dell’anno scorso sono cominciati a Giugno del 2019 dopo che il Paese ha conosciuto la più grande stagione secca mai registrata, e si sono prolungati fino al Marzo dell’anno seguente. Uno studio condotto da Carbon Brief ha confermato come, entro la metà del secolo, ci potrebbe essere un aumento del 35% dei giorni che registrano un alto pericolo di incendio in tutto il mondo.

L’aumento delle temperature globali e i più frequenti periodi di siccità stanno infine causando un calo dell'umidità al suolo, lasciando spazio ad incendi che bruciano più in profondità e causano danni maggiori. Questi impatti a loro volta finiscono per alimentare un circolo vizioso: bruciando, le foreste infatti emettono grossi quantitativi di anidride carbonica, il principale responsabile del surriscaldamento globale.

Il nuovo paradosso degli incendi forestali (una sempre minore area mondiale interessata da questi fenomeni, a fronte di un potenziale più devastante ed imprevedibile degli stessi frutto dall’inasprimento della crisi climatica) non può evidentemente essere risolto solo con migliori politiche di gestione dell’emergenza - più personale e mezzi, maggiore coordinamento tra gli organi preposti alla gestione del pre e del post evento. Ciò che farà sempre più la differenza sarà invece affrontare la situazione attuale come un modo per aiutare le foreste e le società ad adattarsi e cambiare; e non per eliminare il rischio, ma per mitigarlo. Come si è visto infatti gli incendi boschivi sono sempre esistiti, e interi ecosistemi naturali dipendono da queste dinamiche: sta a noi creare le condizioni per territori resistenti alle grandi emergenze grazie alla gestione forestale e alla bioeconomia associata.


Seguici su


Iscriviti alla newsletter

Ogni mese le migliori storie dalle foreste in Italia e nel mondo!


© Forest Stewardship Council® · FSC® F000217