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Tuesday, 13 July 2021
Dov’è finito tutto il legname?

(© Alberto Pauletto / FSC Italia)© Alberto Pauletto / FSC Italia

Si moltiplicano articoli, interviste e post che denunciano la mancanza di materia prima nel mercato mondiale e prezzi alle stelle. Eppure in Europa le foreste continuano a crescere e negli ultimi anni, complici alcuni eventi calamitosi, si è tagliato e raccolto più del solito. Ciò che potrebbe mancare veramente non è quindi il legname, ma adeguate strutture di governance e gestione in grado di proteggere il settore dalle fluttuazioni.


La questione sulla mancanza di legname nei mercati mondiali potrebbe essere un po’ più complessa rispetto a quanto abbiamo letto negli ultimi mesi, e l’impennata di prezzi a fronte di una minore disponibilità di materia prima andrebbe letta come il frutto di una serie di fattori puntuali, combinati a trend in moto da tempo.

Alcuni articoli comparsi di recente hanno provato a mettere in fila queste cause, cercando di comprendere la situazione attuale ma soprattutto di interpretare i segnali di un cambiamento che sembra destinato a rimanere, e che richiederà investimenti e adattamenti da parte di attori del mercato, istituzioni e consumatori.

Ma andiamo con ordine. La prima domanda che tutti si pongono in questi mesi è: c’è davvero penuria di legname nel mercato? Secondo dati EFI, l’Europa può contare su uno stock di legname quantificato in 35 miliardi di m3, a cui ogni anno si aggiunge 1 miliardo di m3 dovuto alla crescita naturale delle foreste. Se guardiamo invece alle utilizzazioni, nel Vecchio Continente si registrano tagli per 600 milioni di m3 all’anno; i dati UNECE confermano questo incremento anche a livello mondiale, con una lieve diminuzione negli ultimi anni. Eventi atmosferici come la tempesta Vaia, che ha colpito il nordest italiano nell’Ottobre 2018, o calamità come siccità e bostrico nell'Europa centrale (Germania, Austria, Repubblica Ceca) hanno recentemente reso disponibili quantità ancora maggiori di materia prima.

L’eccezione più evidente in questo panorama è rappresentata dal nostro Paese, in cui le utilizzazioni rimangono comunque limitate rispetto al volume disponibile e sempre meno legname è destinato alla trasformazione di prodotti ad alto valore aggiunto (Pettenella et al, 2021). Il problema, in generale, non sembra quindi relativo alla minore o maggiore disponibilità di materia prima, quanto invece alla capacità di lavorazione, in ritardo rispetto alla domanda già da diversi anni: nel 2020 questo gap è ulteriormente aumentato, poiché molte segherie e imprese di trasporto sono state parzialmente chiuse a causa delle restrizioni sanitarie da Covid-19. Non solo: alla già alta domanda di tavole, assi e lavorati, si è aggiunto un surplus di richieste dettato da politiche molto favorevoli delle banche centrali al di qua e al di là dell’Atlantico, che hanno mantenuto bassi i tassi di interesse, e da pacchetti di stimolo fiscale: questi due fattori hanno fatto sì che, durante il lockdown e nei mesi successivi, molti privati abbiano deciso di investire in ristrutturazioni e efficientamento energetico delle proprie abitazioni impiegando legno per porte, finestre, pavimenti, solai e mobili nuovi.

EFI sottolinea anche il ruolo di alcune politiche economiche protezionistiche: nel 2018 infatti Donald Trump ha varato un pacchetto di riforme tese a proteggere il mercato interno americano, aumentando le tariffe commerciali sulle merci in entrata. Ciò ha fatto sì che i principali fornitori di legname degli Stati Uniti, tra cui il Canada, abbiano deciso di dirottare i propri prodotti su altri mercati - come quello cinese - costringendo gli Stati Uniti a cercare legname in Austria, Germania e Scandinavia. La fame di materia prima ha visto sparire dal mercato anche prodotti normalmente trattati come scarti o seconde scelte, tra cui schianti da tempesta o materiale da taglio sanitario, che sono stati invece venduti in blocco a Paesi come la Cina.

La situazione attuale è dunque riassumibile, come si legge in un articolo apparso su Deutsche Welle, in una serie di concause strutturali (maggiore domanda e fronte di limitata capacità produttiva e di lavorazione), a cui però ora si affiancano aspetti speculativi: come ha affermato Carsten Merforth, Amministratore Delegato di Mercer Timber Products, un'azienda con sede in Turingia specializzata in prodotti di legname di conifere, “c'è stato un periodo di 15 anni in cui i prezzi del legname segato erano estremamente bassi […] Pur non trascurando i nostri clienti qui in Europa, la nostra Azienda sta attualmente facendo affari molto redditizi con gli Stati Uniti, dove i clienti sono disposti a pagare di più”.

La lezione che al momento possiamo trarre da questa situazione è che il periodo di turbolenza sociale che stiamo attraversando ha avuto e avrà necessariamente risvolti economici e politici e che filiere molto allungate, se colpite da un’improvvisa scarsità di materia prima, possono andare facilmente in crisi. Se da un lato si sta lavorando per aumentare la disponibilità di legname nel mercato nei prossimi decenni attraverso soluzioni di gestione e “intensificazione sostenibile", un approccio sul lungo termine impone anche una rivisitazione delle strutture di scambio, mercato e lavorazione dei materiali. Tutto questo non solo per ammodernare e rendere più resiliente il settore, ma anche per trovare una soluzione al grande tema della transizione energetica (e, più in generale, della bioeconomia), che potrebbe portare ad una nuova e più forte dipendenza da fonti forestali.


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